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Greenwashing: la strategia di comunicazione (poco) green

Enrico Galazzo

Fondatore AfterPlastic

Quante volte hai sentito parole come eco-friendly, green, zero waste e altri termini che richiamano una responsabilità verso salvaguardia dell’ambiente, quando in realtà non c’è un vero impegno da chi le esprime? Si tratta di presunti comportamenti sostenibili da parte di alcune aziende.

Un impegno ingannevole

Un linguaggio vago o, al contrario, gergale e tecnico tanto da essere incomprensibile ai “non addetti ai lavori”, oppure immagini suggestive con prevalenza di verde, che evocano l’interesse del prodotto verso le questioni ambientali: tutti questi elementi possono attrarre l’attenzione di un cliente realmente attento alla salute della Terra, caduto nella trappola della pubblicità ingannevole.

Non è raro che un’azienda si vanti di impiegare prodotti riciclati o adottare processi produttivi sostenibili, quando in realtà non è così. 

Oppure vantarsi di aver adottato nuove pratiche sostenibili che in realtà ne mascherano altre che vanno a contraddire l’impegno adottato. 

Si tratta di una strategia di comunicazione di imprese (e non solo) che comunicano un impegno e un attaccamento alle politiche ambientali che in realtà non esiste.

Il nuovo neologismo ambientale

Ormai utilizziamo quotidianamente parole inglesi che ci sono arrivate in prestito per indicare aspetti dell’ambiente.

Il termine greenwashing, parola composta da green (ecologico) e whitewash (insabbiare, nascondere qualcosa).

A parlarne per la prima volta fu l’ambientalista statunitense Jay Westerveld che lo utilizzò nel 1986 per disapprovare fermamente la pratica delle catene alberghiere che facevano leva sull’impatto ambientale del lavaggio della biancheria per invitare gli utenti a ridurre il consumo di asciugamani, nascondendo in realtà una motivazione legata al risparmio economico (aveva a che vedere con un taglio nei costi di gestione).

Dagli anni Novanta la pratica del greenwashing è andata intensificandosi il termine venne adottato definitivamente dopo lo scalpore che grandi aziende americane chimiche petrolifere, come ad esempio Chevron o DuPont fecero cercando di spacciarsi come eco-friendly allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle pratiche tutt’altro che responsabili che stavano causando danni significativi per l’inquinamento. 

Come capire la differenza?

Per accertarsi della veridicità della reale sostenibilità delle aziende in tema di ecosostenibilità, bisogna verificare la presenza di certificazioni ambientali. 

Esistono diversi strumenti di marcatura ed etichettatura che dimostrano l’aderenza delle aziende ai regimi di tutela ambientale.

Noi di After Plastic possiamo affermare di essere nati per l’ambiente, che ora più di prima ha la necessità di ridurre al minimo la plastica e i consumi di CO2 che portano all’aumento dell’effetto serra. 

Per poter controllare la veridicità del nostro impegno e la reale composizione dei nostri prodotti biodegradabili e compostabili, basterà controllare i loghi delle certificazioni all’interno delle schede dei nostri prodotti.

Dai un’occhiata alle nostre stoviglie biodegradabili, ai packaging alimentari e ai prodotti per la cura della persona e della casa sul nostro e-commerce.

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